Dopo che il 13 maggio l’avvocato Maria Teresa Bergamaschi, ha consegnato alla Procura il proprio telefono contenente delle chat di Whatsapp compromettenti, sono iniziati i guai per l’allora europarlamentare Lara Comi.

Se prima infatti la Bergamaschi aveva spiegato alla Comi che avrebbero potuto indagare su di lei “ma sarebbe una porcheria, in una giustizia corretta non dovrebbero”, dopo, la consegna spontanea del cellulare ha permesso ai pm di ritenere quei messaggi «prova documentale», e quindi di aggirare il rischio di inutilizzabilità di messaggi vocali o chat altrimenti coperti dall’immunità dell’allora europarlamentare in carica rispetto sia a intercettazioni sia a sequestri di corrispondenza.

Oggetto dell’indagine è il presunto giro di tangenti in Lombardia, ovvero l’accordo tra Nino Caianiello – referente di Forza Italia varesina – e Giuseppe Zingale – direttore generale di Afol-Agenzia metropolitana per il lavoro – in modo tale che Afol richiedesse consulenze alla consulente di Lara Comi la quale in cambio doveva retrocedere una parte del compenso a Caianiello per i costi del partito a Varese che Comi coordinava.

Dietro la retrocessione c’è un’altra consulenza fittizia tra Comi e Bergamaschi, per mascherare 5.000 euro dei 10.000 che devono tornare indietro, gli altri 5.000 invece sono regolati dal mancato pagamento di Comi a Bergamaschi di un libro sui fondi europei, che Comi avrebbe finto di scrivere ma che in realtà le verrebbe redatto da Bergamaschi.

Nelle chat, Comi con una «emoticon» sorridente anticipa a Bergamaschi che «Zingale vorrà il suo regalo di Natale», riferendosi alla parte di retrocessione illecita; in un’altra sempre Comi scrive che per sviare stampa e pm dirà che non ha «mai preso 17k (17mila euro, ndr)» non ha «mai avuto consulenze con Afol né società a me collegate che non esistono…», e chiede all’amica, se dovessero chiamarla, «di non rispondere», e di usare le «chat di Telegram che è più comodo» e permette la distruzione immediata dei messaggi.

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Di Redazione

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