Irlanda, Spagna, Portogallo, Grecia: come si vive dopo la crisi in 8 grafici. Anche meglio che in Italia

Irlanda, Spagna, Portogallo, Grecia: come si vive dopo la crisi in 8 grafici. Anche meglio che in Italia

Irlanda, Spagna, Portogallo, Grecia: come si vive dopo la crisi in 8 grafici. Anche meglio che in Italia

Con l’uscita ufficiale della Grecia dal bailout, Eurolandia può dire di aver superato una fase molto difficile della sua storia. Non si può dire che la crisi sia davvero terminata per tutte le sue economie, alcune delle quali sono ancora “ammalate”. La strada però è ormai spianata , almeno dal punto di vista finanziario; e solo una nuova crisi – legata in questo caso all’ondata protezionistica e quindi alla fine del traino delle esportazioni – può complicare le cose.

Dall’Irlanda alla Grecia

PRODOTTO INTERNO LORDO
Base 2009=100 (Fonte: Eurostat)

La domanda, a questo punto, è immediata. Soprattutto se si pensa al caso della Grecia. Come sono usciti i sei paesi “salvati” – Spagna, Portogallo, Irlanda, Grecia, Cipro e Lettonia – dalla crisi? La risposta mostra profonde differenze, segno che le scelte effettuate, e la struttura di fondo delle economie hanno inciso molto sul decorso del malessere. Dall’andamento del pil, fissando il 2009 – l’anno precedente la crisi fiscale – come punto di riferimento, si nota immediatamente come l’Irlanda sia riuscita a superare brillantemente le difficoltà, ponendo le basi per nuovi successi, e come invece la Grecia sia rimasta schiacciata sotto il peso dei suoi malesseri. La Lettonia, senza ripetere le performance di Dublino – è tornata “solo” ai livelli del 2007 – ha comunque registrato una ripresa piuttosto veloce.

La ripresa di Cipro e i successi del Portogallo

PRODOTTO INTERNO LORDO
Base 2009=100 (Fonte: Eurostat)

Escludendo i casi estremi, si può notare come gli altri tre paesi (Spagna, Portogallo, Cipro) abbiano vissuto storie paragonabili, non molto diverse peraltro da quella dell’Italia che non ha avuto bisogno di un piano di salvataggio ma che subisce comunque il peso di un debito pubblico enorme. Cipro, che ha un’economia molto piccola, ha avuto la ripresa più rapida, mentre la Spagna è tornata ai livelli precedenti la crisi almeno un anno prima dei partner mentre i molto celebrati successi del Portogallo – in ogni caso innegabili – non appaiono nel confronto così brillanti. La “distanza” con l’andamento dell’intera Eurolandia (che tiene conto anche di questi paesi) è molto evidente.

Il ruolo degli investimenti

INVESTIMENTI LORDI REALI
Base 2009=100 (Fonte: Eurostat)

Per esplorare un po’ le differenze, un primo passo è esaminare l’andamento delle spese per investimenti, i primi a soffrire dopo una crisi che, inevitabilmente, coinvolge risparmio e credito. Anche in questo caso l’Irlanda è una storia a sé: gli investimenti lordi, a prezzi costanti, hanno raggiunto un livello decisamente superiore – nel 2015 addirittura doppio – ai massimi del periodo precedente la Grande recessione. Negli altri paesi, gli investimenti ritardano – rispetto al pil nel suo complesso – e sono relativamente lontani dai livelli precrisi, in maniera evidentissima in Grecia, dove l’intero sforzo è stato “fiscale” e dunque finanziario. La ripresa di Cipro appare qui anche più incisiva, mentre il successo del Portogallo sotto questo punto di vista appare un po’ appannato. Anche in questo caso l’Italia appare in linea con i paesi in difficoltà.

Il boom della produttività irlandese

PRODUTTIVITÀ PER ORA LAVORATA
Base 2009=100 (Fonte: Ocse)

La produttività – in questo caso il pil, e quindi il valore aggiunto, per ora di lavoro – è probabilmente il meno considerato, soprattutto in Italia, e il più importante dei dati economici (al di là delle difficoltà di calcolo e di interpretazione). Il suo andamento permette di capire molto di quanto è successo nei diversi paesi. Il successo irlandese, per esempio, è sano e sostenuto da un rapido aumento della produttività (analogo è il caso della Lettonia), mentre le difficoltà della Grecia sono evidentemente insite nella struttura stessa dell’economia. La Spagna si è mossa in linea con l’intera Eurolandia, il Portogallo dal 2013 si è fermato mentre Italia ha fatto decisamente peggio di tutti (Atene esclusa).

Il destino comune di Italia, Spagna e Portogallo

PRODUTTIVITÀ MULTIFATTORIALE
Base 2009=100 (Fonte: Ocse)

Anche più interessante – per i paesi per i quali esistono i dati – l’andamento della produttività multifattoriale, che misura l’efficienza con cui capitale e lavoro sono impiegati insieme: la qualità dell’organizzazione e della cultura manageriale, le esternalità positive offerte dai distretti e dalle reti e, soprattutto, il capitale umano dei lavoratori,contribuiscono a questo indicatore ( non accettato, in realtà, da tutti gli economisti e soggetto a errori di misurazione). In Spagna e Portogallo è rimasta non lontano dai livelli – minimi – del 2009, e anche in Italia non ha fatto molto meglio (soprattutto rispetto agli anni precedenti la Grande recessione). Questo fattore aiuta a spiegare perché i tre paesi, malgrado la diversità delle loro storie – l’Italia non è stata oggetto di salvataggio – mostrino oggi un simile “stato di salute”. La Germania, in questo punto di riferimento di eccellenza, mostra quanto abbia potuto fare un’economia solida dal punto produttivo e finanziario.

Il costo del lavoro tra Irlanda e Italia

COSTO DEL LAVORO UNITARIO
Base 2009=100 (Fonte: Ocse)

La produttività è anche un punto di riferimento, un benchmark, anche per il costo del lavoro che – in una situazione “sana” – dovrebbe crescere allo stesso ritmo. Il suo andamento permette allora di aggiungere un tassello in più. È evidente il crollo che ha subìto in Irlanda, proprio mentre la produttività esplodeva. Non è una situazione raccomandabile in tempi normali, ma durante la crisi ha aiutato. È possibile ipotizzare – ma occorrono evidentemente altri elementi – che abbia permesso alle imprese nazionali, durante la crisi bancaria, di autofinanziare gli investimenti, che sono comunque stati particolarmente brillanti. Anche in Grecia il costo del lavoro ha rallentato, più che la produttività, ma evidentemente non è stato sufficiente. In Italia è invece salito a ritmi europei, decisamente insostenibili per il nostro paese (peraltro ancora alle prese con le sofferenze bancarie); mentre in Lettonia ha seguito l’andamento della produttività.

Dai numeri alle persone

DISOCCUPATI

Base 2009=100

L’economia è fatta da uomini e donne ed è sempre importante chiedersi come gli aggregati statistici si traducano in persone. Il numero dei disoccupati – molto più del tasso di disoccupazione, che pur è importante per valutare lo stato di salute strutturale e ciclico del mercato del lavoro – permette di capire quanta parte del malessere generato dalla crisi persiste dopo tanti anni (anche se non tiene conto degli scoraggiati, che hanno rinunciato a cercare). Qui compare qualche sorpresa: l’Irlanda ha quasi dimezzato il numero dei disoccupati del 2009, senza tornare però ai livelli del 2006-7. Come è capitato in Spagna che ha comunque “azzerato” – si fa per dire – la crisi. Il clamore attorno ai successi del Portogallo trova qui la sua piena giustificazione, mentre i risultati di Cipro e Grecia assumono in pieno la loro tragica dimensione. I disoccupati italiani sono, in numeri assoluti, il 50% in più rispetto al 2009 e quasi il 100% in più rispetto al 2007.

L’importanza di aver spazio fiscale

DEBITO PUBBLICO
Base 2007=100

Quanta parte ha avuto la politica fiscale – che nel dibattito pubblico italiano sembra onnipotente per sola virtù delle sue dimensioni – nel risanamento? Se ne discuterà all’infinito – purtroppo distogliendo l’attenzione da temi più importanti – ma è evidente che avere spazio fiscale per contrastare le crisi è importante. La parabola del debito pubblico irlandese è così altrettanto evidente dei suoi risultati economici: il paese aveva ampio margine per intervenire – nel 2007 il debito era pari al 23% del pil – e lo ha usato tutto, avendo poi la capacità di correggere parzialmente il tiro. Discorso solo in parte analogo può essere fatto per la Spagna: nel 2007 aveva un debito pubblico del 35% del pil, e quindi ampie possibilità di azione, ma evidentemente la qualità delle spese, e quella dell’economia su cui incidevano, era molto diversa. Priva di spazio di manovra, l’Italia è stata la più virtuosa, ma in questo caso pesa l’ammontare complessivo del debito.

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